Rab Ne Bana Di Jodi

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Rab Ne Bana Di Jodi (Hindi: – रब ने बना दी जोडी ) è uno dei miei film indiani preferiti, con il mio caro Shah Rukh Khan. È anche il film che di solito faccio vedere agli amici che non hanno mai visto nulla di Bollywood.

Il titolo significa “Un incontro voluto da Dio”. È un film del 2008, diretto da Aditya Chopra.

La giovane e bella Taani (Anushka Sharma, qui nel suo film di debutto) apprende la notizia della morte del suo promesso sposo proprio nel giorno previsto per le nozze.

Suo padre, colto da malore per la notizia, chiede, in fin di vita, a Surinder Sani (SRK) suo ex alunno, di sposare sua figlia (che essendo femmina non può rimanere sola, povera anima). Suri si era innamorato di Tani proprio nel giorno in cui sarebbero dovute avvenire le sue nozze e accetta. Taani promette a Suri che sarà una buona sposa ma che non potrà mai amarlo. Inizia così la loro nuova vita matrimoniale, al ritmo di Haule Haule:

Taani ama molto ballare e si iscrive ad un corso di ballo. Suri decide allora di darsi una sistemata, grazie all’aiuto del suo migliore amico Bobby (Vinay Pathak).

Al corso di ballo Taani non lo riconosce e così, per ballare con lei liberamente e corteggiarla, decide di diventare Raj, allegro, sicuro di sé e un bel po’ tamarro…

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In questo film c’è la mia canzone di Bollywood preferita:
Tujh Mein Rab Dikhta Hai:

Bellissima anche la reprise, cantata dalla brava Shreya Ghoshal:

Qui una straordinaria versione live:

Di questo film, dalla trama abbastanza semplice, senza troppi personaggi secondari, con una bellissima musica, mi piace molto il personaggio di Suri: modesto, tenero, impacciato. Come non amarlo?

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Shah Rukh Khan racconta, nel making of, che, i primi giorni, quando era vestito da Suri, si divertiva ad andare in giro sul set e nessuno lo riconosceva.

Nella canzone Phir Milenge Chalte Chalte compare anche, tra diverse guest stars, la mia amata Kajol.

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Rab ne bana di jodi è il mio comfort film, quando lo guardo mi fa sempre sorridere.

NEC SPE NEC METU

Le imprese, o emblemi, dipinti su pareti o soffitti in molti palazzi rinascimentali:

rappresentano un particolarissimo linguaggio attraverso il quale il principe intendeva esprimere se stesso o qualcosa a lui pertinente […] una combinazione concettosa tra una figura (corpo) e un motto (anima) […] che esprimono sotto il profilo allegorico e in linguaggio criptico di non sempre facile decodificazione, un pensiero, uno stato d’animo, una condizione inerente la sfera d’interessi di colui che l’emblema vuole o crea.

G. Malacarne, Il segno di Isabella. Stemmi, motti, imprese, in Isabella D’Este. La primadonna del Rinascimento.

A Isabella d’Este (1474- 1539) , figlia primogenita dei signori di Ferrara e sposata a Francesco Gonzaga, signore di Mantova, è attribuita la creazione di almeno una decina di imprese:

  • YS e YSF
  • Alfa e Omega con ramo d’ulivo
  • A sulle fiamme o fiammeggiante
  • Candelabro a una fiamma
  • Ruota con rametti intrecciati
  • Pause musicali
  • XXVII
  • Polizze della Fortuna
  • Vittoria (o Astrologia)
  • NEC SPE NEC METU
Mantova, Palazzo Ducale, Mattonelle in terracotta smaltata
Ritratto di Isabella, Tiziano (1534-36 circa)

In una delle sue numerosissime lettere Isabella scrive, a proposito di questa impresa, di sola anima, cioè senza immagini ma con solo parole:

Ne siamo state la inventrice, et habiamola facta nostra impresa peculiare.

Mario Equicola nel 1513 ne fa il soggetto per un “libro de circa quaranta pagine” intitolato Nec spe nec metu. Dialogus ad Iulianum Medicem, e ne fa dono alla Marchesana.

Lei lo ringrazia scrivendogli che la lettera e il libro allegato:

[…] ni sono stati senza dubio grati in memoria dil natalicio nostro, che non serìa dono di oro nè di alcun’altra preciosa cosa, essendo in nostro honore alzato tanto et sublimata la piccola impresa nostra.

Maggio 1506

Ma all’amica Margherita Cantelma, attraverso cui l’Equicola aveva fatto arrivare alla Marchesana la sua opera, Isabella scrive:

Havendone mandato il libro composto per il nostro messer Mario sopra l’impresa nostra Nec spe nec metu; perchè da la alteza dil ingegno suo serrà sublevato un motto che da noy cum tanti misterij non fu facto cum quanti luy gli atribuosse.

Qual è dunque il significato di questa impresa? Con ogni probabilità fa riferimento ad una vita vissuta in maniera equilibrata, senza lasciarsi andare ad eccessive speranze o assurdi timori, ma accettando ciò che di giorno in giorno ci si presenta.

Bloodywood. Indian Folk Metal e non solo.

Questo gruppo di musicisti sono davvero molto bravi e, soprattutto, hanno qualcosa da dire. In questa canzone trattano di un argomento delicato, la depressione, le sue estreme conseguenze e come prevenirle.

“In the midst of winter, I found there was, within me, an invincible summer. And that makes me happy. For it says that no matter how hard the world pushes against me, within me, there’s something stronger – something better, pushing right back.”
Albert Camus

Da ascoltare fino alla fine.

Shah Rukh Khan mi ha salvato la vita

Tutti abbiamo bisogno di un’uscita di emergenza, soprattutto in alcuni periodi in cui ci sembra che i soli momenti felici della vita siano quelli in cui si dorme, lontani da tutto. Ma non si può vivere dormendo. Ci vuole un’uscita d’emergenza dalla realtà, una porta che ci faccia uscire dalle difficoltà del quotidiano e ci faccia entrare in un’altra dimensione. Un luogo altro, dove le energie mentali si ricaricano. Dove esiste una vita più semplice, l’amore assoluto, la natura benigna, i tramonti perfetti, la poesia.
Questa realtà la pioi trovare nei libri, nell’arte e nel cinema.
Da qualche tempo la mia uscita d’emergenza dalla realtà l’ho trovata in Shah Rukh Khan e nei suoi film. C’è chi la trova nelle passeggiate in montagna, nel giardinaggio, nella corsa, nella scrittura… Io, da vera pigra, ho la mia porta di Narnia nel sorriso di un attore indiano.
Quando il buio intorno a me si fa più fitto, allora un po’ di luce la trovo nella sua realtà fatta di amore, delle emozioni più dolci, di canzoni sdolciante, della bellezza dei suoi occhi e del suo sorriso.
È una cosa stupida, lo so. Ma funziona per me. Quindi grazie Shah ❤

Siria

C’è una frase all’inizio del film ” Mediterraneo” di Gabriele Salvatores:
“Avevamo tutti più o meno quell’età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o perderti per il mondo”.
Io nel 2002 ero così. Mi ero laureata in Lettere Classiche, indirizzo archeologico, un paio di anni prima e ora, a 28 anni, stavo facendo il lavoro che avevo sempre sognato, fin da bambina: l’archeologa.
Lavoravo in una necropoli romana nella Pianura Padana. Un mio collega, appena più grande di me e archeologo orientale, mi propose di mandare il mio curriculum al suo professore, perché stava cercando degli archeologi per uno scavo universitario in Siria.
Mando il curriculum, mi prendono. Partiamo in agosto. Stiamo a Misrifhe, un piccolo villaggio non lontano da Homs. Io appena arrivata mi ammalo subito, sono quasi morta per una settimana. Poi rinasco e inizio il lavoro sul campo.

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É un lavoro difficile per me, una novellina. Iniziamo la mattina prestissimo, prima che sorga il sole. Devo seguire una squadra di operai nella messa in luce di una porzione di un palazzo in un sito, un tell, dell’età del Bronzo.

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Foto da http://www.qatna.org

Io ovviamente non parlo arabo e i miei collaboratori sanno solo pochissime parole di italiano, ma dopo pochi giorni ci capiamo. Mi trattano come una sorellina minore da aiutare, anche se sono quasi tutti più giovani di me. I ragazzi che lavorano con noi e le loro famiglie sono molto gentili ed ospitali, sempre pronti a darci da mangiare e ad invitarci a feste di nozze che durano tutta la notte.
Nella missione archeologica italiana c’è un’atmosfera da gita scolastica, abbastanza comprensibile se si pensa a più di venti studenti, per lo più sotto i venticinque anni, che stanno sempre insieme per tre mesi. Nascono amori, amicizie e inimicizie più o meno durature.
Lavoriamo il sabato e la domenica ma ci riposiamo giovedì pomeriggio e venerdì. Spesso usiamo questo giorno e mezzo per fare piccoli viaggi. É in un fine settimana così che ho scoperto per la prima volta Damasco, per me la città più bella del mondo.

Foto mie

Le sue vie strette e trafficatissime; il suk coperto che porta alla Grande Moschea, introdotta dalle colonne del tempio di Giove; i caffè nei cortili delle case antiche, dove ragazzi e ragazze fumavano il narghilè e sorseggiavano bibite ascoltando il sussurro dell’acqua delle fontane. Quello che ricorderò sempre di Damasco é il suono del richiamo alla preghiera della sera: il primo muezzin ad intonarla è quello della Grande Moschea e, se ascoltavi dai tetti delle case vicine, potevi sentire le voci degli altri muezzin che formavano come un cerchio sonoro che ti si avvicinava, ti oltrepassava e si perdeva ai confini della città.

Alla metà del periodo di scavo avevamo cinque giorni di vacanza e ne abbiamo approfittato per fare un piccolo viaggio e visitare le missioni archeologiche che stavano lavorando nel nord est della Siria, spingendoci fino all’ Eufrate e al confine turco. Stiamo quasi sempre stati ospiti, di solito inattesi, di missioni olandesi, tedesche, americane. Dormivano nei cortili e sui tetti delle loro case-scavo in mattoni crudi. É durante quel viaggio che ho visto il cielo stellato più bello ed immenso di tutta la mia vita.
Le stelle sono forse le uniche cose in Siria ad essere ancora come nei miei ricordi.