Carsulae by night

Carsulae è una città romana lungo la via Flaminia, in Umbria, fondata in età augustea e progressivamente abbandonata con il cadere in disuso di questa strada. Ora è un parco archeologico.

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Rimangono visibili le rovine della strada, del foro, del teatro e dell’anfiteatro e dei monumenti funebri.

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In epoca medioevale vi si installa una piccola comunità religiosa, la chiesa sorge proprio lungo la via Flaminia.

Io l’ho visitata al crepuscolo, quasi notte, una sera d’estate.

Affascinante.

Per info e orari di apertura: http://www.carsulae.it

Bloody Romance ovvero l’apparenza.

Li Yitong interpreta Wan Mei, apprendista assassina nella città di Gui Hua 
Qu Chuxiao è Chang An, l’ombra di Wan Mei, suo servitore ed istruttore
Love love 💗 per la Romance, ma il sangue c’è…
Wang Duo è Gong Zi, principe, cieco per un po’, maestro di arti marziali. Anche lui abita nella città di Gui Hua…
Qui gatta ci cova…
I cattivi: Cha Luo (Jill Hsu), la signora della città, e la sua Ombra Xing Feng (Li Zifeng)
Puff Kuo è Liu Guang, un’assassina esperta
Anche le altalene non sono semplici altalene…

Ottima colonna sonora. I titoli di testa sono accompagnati da bellissimi disegni.

Versione maschile, che preferisco.

Drama visibile su Viki.

Scheda su My Drama List.

Ne parlano in un blog molto carino: Dramas with a side of kimchi.

Curiosità: tratto da una novella erotica! Il drama non ha nulla di erotico. Potete leggerla (+18!!!) qui.

Rab Ne Bana Di Jodi

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Rab Ne Bana Di Jodi (Hindi: – रब ने बना दी जोडी ) è uno dei miei film indiani preferiti, con il mio caro Shah Rukh Khan. È anche il film che di solito faccio vedere agli amici che non hanno mai visto nulla di Bollywood.

Il titolo significa “Un incontro voluto da Dio”. È un film del 2008, diretto da Aditya Chopra.

La giovane e bella Taani (Anushka Sharma, qui nel suo film di debutto) apprende la notizia della morte del suo promesso sposo proprio nel giorno previsto per le nozze.

Suo padre, colto da malore per la notizia, chiede, in fin di vita, a Surinder Sani (SRK) suo ex alunno, di sposare sua figlia (che essendo femmina non può rimanere sola, povera anima). Suri si era innamorato di Tani proprio nel giorno in cui sarebbero dovute avvenire le sue nozze e accetta. Taani promette a Suri che sarà una buona sposa ma che non potrà mai amarlo. Inizia così la loro nuova vita matrimoniale, al ritmo di Haule Haule:

Taani ama molto ballare e si iscrive ad un corso di ballo. Suri decide allora di darsi una sistemata, grazie all’aiuto del suo migliore amico Bobby (Vinay Pathak).

Al corso di ballo Taani non lo riconosce e così, per ballare con lei liberamente e corteggiarla, decide di diventare Raj, allegro, sicuro di sé e un bel po’ tamarro…

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In questo film c’è la mia canzone di Bollywood preferita:
Tujh Mein Rab Dikhta Hai:

Bellissima anche la reprise, cantata dalla brava Shreya Ghoshal:

Qui una straordinaria versione live:

Di questo film, dalla trama abbastanza semplice, senza troppi personaggi secondari, con una bellissima musica, mi piace molto il personaggio di Suri: modesto, tenero, impacciato. Come non amarlo?

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Shah Rukh Khan racconta, nel making of, che, i primi giorni, quando era vestito da Suri, si divertiva ad andare in giro sul set e nessuno lo riconosceva.

Nella canzone Phir Milenge Chalte Chalte compare anche, tra diverse guest stars, la mia amata Kajol.

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Rab ne bana di jodi è il mio comfort film, quando lo guardo mi fa sempre sorridere.

NEC SPE NEC METU

Le imprese, o emblemi, dipinti su pareti o soffitti in molti palazzi rinascimentali:

rappresentano un particolarissimo linguaggio attraverso il quale il principe intendeva esprimere se stesso o qualcosa a lui pertinente […] una combinazione concettosa tra una figura (corpo) e un motto (anima) […] che esprimono sotto il profilo allegorico e in linguaggio criptico di non sempre facile decodificazione, un pensiero, uno stato d’animo, una condizione inerente la sfera d’interessi di colui che l’emblema vuole o crea.

G. Malacarne, Il segno di Isabella. Stemmi, motti, imprese, in Isabella D’Este. La primadonna del Rinascimento.

A Isabella d’Este (1474- 1539) , figlia primogenita dei signori di Ferrara e sposata a Francesco Gonzaga, signore di Mantova, è attribuita la creazione di almeno una decina di imprese:

  • YS e YSF
  • Alfa e Omega con ramo d’ulivo
  • A sulle fiamme o fiammeggiante
  • Candelabro a una fiamma
  • Ruota con rametti intrecciati
  • Pause musicali
  • XXVII
  • Polizze della Fortuna
  • Vittoria (o Astrologia)
  • NEC SPE NEC METU
Mantova, Palazzo Ducale, Mattonelle in terracotta smaltata
Ritratto di Isabella, Tiziano (1534-36 circa)

In una delle sue numerosissime lettere Isabella scrive, a proposito dell’impresa NEC SPE NEC METU, fatta di sola anima, cioè senza immagini ma con solo parole:

Ne siamo state la inventrice, et habiamola facta nostra impresa peculiare.

Mario Equicola nel 1513 ne fa il soggetto per un “libro de circa quaranta pagine” intitolato Nec spe nec metu. Dialogus ad Iulianum Medicem, e ne fa dono alla Marchesana.

Lei lo ringrazia scrivendogli che la lettera e il libro allegato:

[…] ni sono stati senza dubio grati in memoria dil natalicio nostro, che non serìa dono di oro nè di alcun’altra preciosa cosa, essendo in nostro honore alzato tanto et sublimata la piccola impresa nostra.

Maggio 1506

Ma all’amica Margherita Cantelma, attraverso cui l’Equicola aveva fatto arrivare alla Marchesana la sua opera, Isabella scrive:

Havendone mandato il libro composto per il nostro messer Mario sopra l’impresa nostra Nec spe nec metu; perchè da la alteza dil ingegno suo serrà sublevato un motto che da noy cum tanti misterij non fu facto cum quanti luy gli atribuosse.

Qual è dunque il significato di questa impresa? Con ogni probabilità fa riferimento ad una vita vissuta in maniera equilibrata, senza lasciarsi andare ad eccessive speranze o assurdi timori, ma accettando ciò che di giorno in giorno ci si presenta.

Bloodywood. Indian Folk Metal e non solo.

Questi musicisti sono davvero molto bravi e, soprattutto, hanno qualcosa da dire. In questa canzone trattano di un argomento delicato, la depressione, le sue estreme conseguenze e come prevenirle.

“In the midst of winter, I found there was, within me, an invincible summer. And that makes me happy. For it says that no matter how hard the world pushes against me, within me, there’s something stronger – something better, pushing right back.”
Albert Camus

 

Da ascoltare fino alla fine.

Shah Rukh Khan mi ha salvato la vita

Tutti abbiamo bisogno di un’uscita di emergenza, soprattutto in alcuni periodi in cui ci sembra che i soli momenti felici della vita siano quelli in cui si dorme, lontani da tutto. Ma non si può vivere dormendo. Ci vuole un’uscita d’emergenza dalla realtà, una porta che ci faccia uscire dalle difficoltà del quotidiano e ci faccia entrare in un’altra dimensione. Un luogo altro, dove le energie mentali si ricaricano. Dove esiste una vita più semplice, l’amore assoluto, la natura benigna, i tramonti perfetti, la poesia.
Questa realtà la puoi trovare nei libri, nell’arte e nel cinema.
Da qualche tempo la mia uscita d’emergenza dalla realtà l’ho trovata in Shah Rukh Khan e nei suoi film. C’è chi la trova nelle passeggiate in montagna, nel giardinaggio, nella corsa, nella scrittura… Io, da vera pigra, ho la mia porta di Narnia nel sorriso di un attore indiano.
Quando il buio intorno a me si fa più fitto, allora un po’ di luce la trovo nella sua realtà fatta di amore, delle emozioni più dolci, di canzoni sdolciante, della bellezza dei suoi occhi e del suo sorriso.
È una cosa stupida, lo so. Ma funziona per me. Quindi grazie Shah ❤

Siria

C’è una frase all’inizio del film ” Mediterraneo” di Gabriele Salvatores:
“Avevamo tutti più o meno quell’età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o perderti per il mondo”.
Io nel 2002 ero così. Mi ero laureata in Lettere Classiche, indirizzo archeologico, un paio di anni prima e ora, a 28 anni, stavo facendo il lavoro che avevo sempre sognato, fin da bambina: l’archeologa.
Lavoravo in una necropoli romana nella Pianura Padana. Un mio collega, appena più grande di me e archeologo orientale, mi propose di mandare il mio curriculum al suo professore, perché stava cercando degli archeologi per uno scavo universitario in Siria.
Mando il curriculum, mi prendono. Partiamo in agosto. Stiamo a Misrifhe, un piccolo villaggio non lontano da Homs. Io appena arrivata mi ammalo subito, sono quasi morta per una settimana. Poi rinasco e inizio il lavoro sul campo.

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É un lavoro difficile per me, una novellina. Iniziamo la mattina prestissimo, prima che sorga il sole. Devo seguire una squadra di operai nella messa in luce di una porzione di un palazzo in un sito, un tell, dell’età del Bronzo.

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Foto da http://www.qatna.org

Io ovviamente non parlo arabo e i miei collaboratori sanno solo pochissime parole di italiano, ma dopo pochi giorni ci capiamo. Mi trattano come una sorellina minore da aiutare, anche se sono quasi tutti più giovani di me. I ragazzi che lavorano con noi e le loro famiglie sono molto gentili ed ospitali, sempre pronti a darci da mangiare e ad invitarci a feste di nozze che durano tutta la notte.
Nella missione archeologica italiana c’è un’atmosfera da gita scolastica, abbastanza comprensibile se si pensa a più di venti studenti, per lo più sotto i venticinque anni, che stanno sempre insieme per tre mesi. Nascono amori, amicizie e inimicizie più o meno durature.
Lavoriamo il sabato e la domenica ma ci riposiamo giovedì pomeriggio e venerdì. Spesso usiamo questo giorno e mezzo per fare piccoli viaggi. É in un fine settimana così che ho scoperto per la prima volta Damasco, per me la città più bella del mondo.

Foto mie

Le sue vie strette e trafficatissime; il suk coperto che porta alla Grande Moschea, introdotta dalle colonne del tempio di Giove; i caffè nei cortili delle case antiche, dove ragazzi e ragazze fumavano il narghilè e sorseggiavano bibite ascoltando il sussurro dell’acqua delle fontane. Quello che ricorderò sempre di Damasco é il suono del richiamo alla preghiera della sera: il primo muezzin ad intonarla è quello della Grande Moschea e, se ascoltavi dai tetti delle case vicine, potevi sentire le voci degli altri muezzin che formavano come un cerchio sonoro che ti si avvicinava, ti oltrepassava e si perdeva ai confini della città.

Alla metà del periodo di scavo avevamo cinque giorni di vacanza e ne abbiamo approfittato per fare un piccolo viaggio e visitare le missioni archeologiche che stavano lavorando nel nord est della Siria, spingendoci fino all’ Eufrate e al confine turco. Siamo quasi sempre stati ospiti, di solito inattesi, di missioni olandesi, tedesche, americane. Dormivano nei cortili e sui tetti delle loro case-scavo in mattoni crudi. É durante quel viaggio che ho visto il cielo stellato più bello ed immenso di tutta la mia vita.
Le stelle sono forse le uniche cose in Siria ad essere ancora come nei miei ricordi.

100% American…or Italian…or English…

Ralph Linton

“One Hundred Per-Cent American” from the American Mercury (1937)

“There can be no question about the average American’s Americanism or his desire to preserve this precious heritage at all costs. Nevertheless, some insidious foreign ideas have already wormed their way into his civilization without his realizing what was going on. Thus dawn finds the unsuspecting patriot garbed in pajamas, a garment of East Indian origin; and lying in a bed built on a pattern which originated in either Persia or Asia Minor. He is muffled to the ears in un-American materials: cotton, first domesticated in India; linen, domesticated in the Near East; wool from an animal native to Asia Minor; or silk whose uses were first discovered by the Chinese. All these substances have been transformed into cloth by methods invented in Southwestern Asia. If the weather is cold enough he may even be sleeping under an eiderdown quilt invented in Scandinavia.

On awakening he glances at the clock, a medieval European invention, uses one potent Latin word in abbreviated form, rises in haste, and goes to the bathroom. Here, if he stops to think about it, he must feel himself in the presence of a great American institution; he will have heard stories of both the quality and frequency of foreign plumbing and will know that in no other country does the average man perform his ablutions in the midst of such splendor. But the insidious foreign influence pursues him even here. Glass was invented by the ancient Egyptians, the use of glazed tiles for floors and walls in the Near East, porcelain in China, and the art of enameling on metal by Mediterranean artisans of the Bronze Age. Even his bathtub and toilet are but slightly modified copies of Roman originals. The only purely American contribution to tile ensemble is tile steam radiator, against which our patriot very briefly and unintentionally places his posterior.

In this bathroom the American washes with soap invented by the ancient Gauls. Next he cleans his teeth, a subversive European practice which did not invade America until the latter part of the eighteenth century. He then shaves, a masochistic rite first developed by the heathen priests of ancient Egypt and Sumer. The process is made less of a penance by the fact that his razor is of steel, an iron-carbon alloy discovered in either India or Turkestan. Lastly, he dries himself on a Turkish towel.

Returning to the bedroom, the unconscious victim of un-American practices removes his clothes from a chair, invented in the Near East, and proceeds to dress. He puts on close-fitting tailored garments whose form derives from the skin clothing of the ancient nomads of the Asiatic steppes and fastens them with buttons whose prototypes appeared in Europe at the Close of the Scone Age. This costume is appropriate enough for outdoor exercise in a cold climate, but is quite unsuited to American summers, steam-heated houses, and Pullmans. Nevertheless, foreign ideas and habits hold the unfortunate man in thrall even when common sense tells him that the authentically American costume of gee string and moccasins would be far more comfortable. He puts on his feet stiff coverings made from hide prepared by a process invented in ancient Egypt and cut to a pattern which can be traced back to ancient Greece, and makes sure that they ire properly polished, also a Greek idea. Lastly, he tics about his neck a strip of bright-colored cloth which is a vestigial survival of the shoulder shawls worn by seventeenth century Croats. He gives himself a final appraisal in the mirror, an old Mediterranean invention, and goes downstairs to breakfast.

Here a whole new series of foreign things confronts him. His food and drink are placed before him in pottery vessels, the proper name of which — china — is sufficient evidence of their origin. His fork is a medieval Italian invention and his spoon a copy of a Roman original. He will usually begin the meal with coffee, an Abyssinian plant first discovered by the Arabs. The American is quite likely to need it to dispel the morning-after effects of overindulgence in fermented drinks, invented in the Near East; or distilled ones, invented by the alchemists of medieval Europe. Whereas the Arabs took, their coffee straight, he will probably sweeten it with sugar, discovered in India; and dilute it with cream, both the domestication of cattle and the technique of milking having originated in Asia Minor.

If our patriot is old-fashioned enough to adhere to the so-called American breakfast, his coffee will be accompanied by an orange, domesticated in the Mediterranean region, a cantaloupe domesticated in Persia, or grapes domesticated in Asia Minor. He will follow this with a bowl of cereal made from grain domesticated in the Near East and prepared by methods also invented there. From this he will go on to waffles, a Scandinavian invention with plenty of butter, originally a Near Eastern cosmetic. As a side dish he may have the egg of a bird domesticated in Southeastern Asia or strips of the flesh of an animal domesticated in the same region, which has been salted and smoked by a process invented in Northern Europe.

Breakfast over, he places upon his head a molded piece of felt, invented by the nomads of
Eastern Asia, and, if it looks like rain, puts on outer shoes of rubber, discovered by the ancient Mexicans, and takes an umbrella, invented in India. He then sprints for his train–the train, not sprinting, being in English invention. At the station he pauses for a moment to buy a newspaper, paying for it with coins invented in ancient Lydia. Once on board he settles back to inhale the fumes of a cigarette invented in Mexico, or a cigar invented in Brazil. Meanwhile, he reads the news of the day, imprinted in characters invented by the ancient Semites by a process invented in Germany upon a material invented in China. As he scans the latest editorial pointing out the dire results to our institutions of accepting foreign ideas, he will not fail to thank a Hebrew God in an Indo-European language that he is a one hundred percent (decimal system invented by the Greeks) American (from Americus Vespucci, Italian geographer).”